Programmare è un’arte?

Come sarebbe a dire? Programmare è tecnica, è scienza, è STEM. O no? Ma poi, che significa "arte"?
Diciamo meglio: è possibile un'estetica della programmazione? Non un'estetica dei programmi intesi come prodotti finali fruibili con i nostri sensi (“computer graphics”, “computer music”), ma proprio degli artefatti digitali primari, in se stessi, allo stadio di codice sorgente. Più precisamente:

  • è possibile produrre (scrivere) codice sorgente con intenti (metodi, contesti…) estetici?
  • è possibile considerare (leggere) esteticamente del codice sorgente?
Le due questioni sono solo apparentemente simili, e fanno riferimento a due modi diversi di intendere l'espressione “digital poetry”, che possiamo indicare con “poesia digitale” e con “programmare poeticamente”. In un caso il centro è l'oggetto, nell'altro il processo produttivo.

In un primo senso, si può semplicemente scrivere un programma che produca un testo poetico (in cui “poetico” sta per “vincolato formalmente”, adeguato a questo o quel canone), o meglio un programma che produca infiniti testi poetici. Viene polemicamente rotto il legame tra poesia e poeta, tra estetica e creatività individuale, per sottolineare in maniera forzata gli aspetti formali, universali, meccanici, dunque ripetibili.
Questa è la strada più vicina all'intuizione originale dell'OuLiPo, l'officina di letteratura potenziale che ha formalizzato l'estetica dei vincoli; da questo punto di vista, “Cent Mille Milliards de Poèms” di Raymond Queneau (1960) è una versione “carta e inchiostro” di un programma che selezioni casualmente dieci versi da un archivio di 10 sonetti di 14 versi.
Diverse versioni digitali sono state realizzate in seguito della macchina-libro; la cosa interessante della versione software è naturalmente proprio il fatto che sia un testo (un codice sorgente) a produrre altri testi.
Da questo punto di vista, un software di questo tipo è una metafora generale dell'azione poetica, che è sempre intertestuale e usa testi esistenti per produrre altri testi.
Una variante interessante della macchina che riproduce se stessa è ovviamente il virus; e infatti sul virus informatico come oggetto estetico è stato scritto più volte. Un virus è codice puro; il suo scopo è riprodursi, e lo fa entrando in un altro organismo, anche in maniera involontaria. L'organismo ospite, dopo un certo tempo, lo diffonde. Ma non è quello che succede con tutti i testi?


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